LO STUPORE DEL NATALE – (Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara)

LO STUPORE DEL NATALE – (Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara)

L’uomo non è solo un essere “mortale”, ma è un essere “natale”. Il Novecento ha messo il suo accento sul fatto che l’uomo è un “essere-per-la-morte” (Heidegger), contrassegnato dall’angoscia. Forse il secolo XXI, appena iniziato, dovrà mettere l’enfasi sull’uomo come un “essere-per-la-nascita”, toccato dalla gratuità. La nascita da donna, da una madre, s’imprime nel nostro cuore come un atto di ringraziamento per la generazione materna. La filosofa spagnola Maria Zambrano – una donna – ha riflettuto molto su questo aspetto dedicando la sua opera Dell’aurora alla madre “che ogni giorno si levava”, segno d’attenzione ammirevole e di dedizione assoluta.

Come il Bimbo Gesù nella culla di Betlemme, così ogni uomo e donna che viene in questo mondo è affetto dal suo essere nudo, dal nascere incompleto, destinato a una generazione interminabile. Anzi a continue rinascite. Cambia lo sguardo: la vita non è più intesa nella sua caducità e fragilità, ma è sospinta sempre da capo ad un “andare nascendo”.  La madre ci dice che la vita è dono e consegna al donatario l’impegno di vivere questa vita, di assumerla come una parabola di continue rinascite.

Torniamo ogni giorno a osservare la tenerissima scena della nascita. Sovente nelle immagini del Natale, Maria, la Vergine Madre, non tiene in braccio il bimbo, ma lo adora con le mani congiunte: ogni donna è stupita del dono della vita, la Madonna è toccata dall’incanto del mistero del Figlio che viene da Dio, anzi che è il Figlio del Padre. Ci vorrebbero i poeti per farci comprendere lo stupore del Natale. Nel diario che Pasternak fa scrivere al Dottor Zivago, nel lungo inverno del suo rifugio, ho trovato una pagina indimenticabile che racconta l’esperienza della maternità:

 

Il volto della donna cambia. Non si può dire che imbruttisca. Ma il suo aspetto, che prima dominava a suo piacimento, sfugge ora al suo controllo. È il futuro adesso che ne dispone, il futuro che uscirà da lei, ormai non più se stessa. Questo sottrarsi dell’aspetto esteriore al controllo della donna prende la forma di uno smarrimento fisico: il volto sbiadisce, la pelle perde la finezza della sua grana e gli occhi acquistano una lucentezza diversa da quella che lei vorrebbe, quasi non riuscisse più a dominare tutto ciò e lo abbandonasse a se stesso. […]

Mi è sempre sembrato che ogni concepimento sia immacolato, e che nel dogma che riguarda la Madonna si esprime l’idea universale della maternità.

In ogni donna che genera si trova lo stesso senso di solitudine, di distacco, di abbandono a se stessa. L’uomo ormai, in questo particolare momento, rimane a tal punto estraneo che è come se in nessun modo ne fosse stato partecipe e tutto fosse caduto dal cielo.

La donna è sola a mettere al mondo la propria creatura, sola con lei si ritira su un altro piano dell’esistenza, dove c’è più silenzio e si può tenere senza paura una culla. E sola, in silenziosa umiltà, la nutre e la cresce.

Si rivolgono alla Madonna: «Prega di tutto cuore il Figlio tuo e il tuo Dio…». Le pongono sulle labbra versetti del salmo: «E il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha rivolto lo sguardo alla piccolezza della sua ancella. Ecco, da questo momento, mi chiameranno beata tutte le generazioni». Questo dice alla sua creatura, sarà Lui a glorificarla («grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente»), Lui è la sua gloria. La stessa cosa la può dire ogni donna. Il suo Dio è nel bambino. Le madri dei grandi uomini devono conoscere questa sensazione. Ma tutte le madri sono madri di grandi uomini e non è colpa loro se poi la vita delude (corsivo mio, B. Pasternak, Opere narrative [= I Meridiani], Milano, Mondadori, 1994, 364-365).

 

Tutte le madri sono madri di grandi uomini e non è colpa loro se poi la vita delude. Anche noi davanti al Bimbo del presepe abbiamo pensato che Gesù fosse un grande uomo, anzi il Figlio del Padre, e perciò non potesse deludere l’attesa della Madre. Ma il romanziere russo dice di ogni donna che “Il suo Dio è nel bambino”. La vita viene-alla-luce, perché possa essere illuminata-dalla-luce, perché il dono trasmesso, il dono stesso che è l’essere figlio, possa rinascere ogni volta da capo, con la memoria grata della sua origine. La vita così ci chiama a continue rinascite, anzi vivere significa “camminare nascendo”, perché nasciamo indifesi e incompleti e vivere significa ascoltare la promessa che portiamo iscritta nella nostra carne.

Per questo il padre, ogni papà umano, ha il compito altrettanto grato, di essere la voce della promessa, colui che illumina-con-la-luce colui che è venuto-alla-luce. La sua autorità è quella della promessa, è la voce che chiama, è l’esempio da seguire, è il cartello indicatore per continue rinascite.  Lo sa bene chi non ha mai avuto un padre, o un papà appena degno di questo nome. Il padre è la Legge, ma non la legge esterna e oppressiva del padre padrone, ma la legge che parla al cuore del desiderio, che spinge all’imitazione e indica il cammino per nuove rinascite e nuovi orizzonti. Per questo Gesù dodicenne, nel momento più trepido di una nuova nascita, quella che apre alla vita adulta, dice alla madre Maria, in presenza del padre Giuseppe: «Non sapevate che io devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).

Questo è lo stupore del Natale! Fa scoprire che noi siamo un essere-per-la-nascita, una creatura “natale”, che viene in questo mondo suscitata dal sorriso della madre e accolta dalle braccia tenere del padre. Viene in questo mondo nuda e incompleta, esce dal grembo piangendo, impara prima a respirare e poi a mettere a fuoco i volti, riconosce la voce diversa del padre, che la chiama a sempre nuove rinascite. Il dono della Madre e del Padre è dono che esprime cura e protezione. E non è colpa loro se poi la vita delude. La vita può deludere, quando la famiglia non è luogo di crescita, quando vive solo consumando, quando non cresce l’affetto, la tenerezza, la prossimità, l’ascolto, la cura, la gioia. Anche nella nostra città la violenza in famiglia è aumentata, sulle donne e i bambini soprattutto. Essa dice che pensiamo la vita messa al mondo, non come un dono, ma un possesso, da togliere di mezzo, quando non corrisponde più al nostro desiderio. Ma non ci è permesso barare sul dono: il dono cresce solo nell’atmosfera della gratuità e dello stupore. Lo stupore del Natale!

 

+ Franco Giulio Brambilla

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