I CENTO ANNI DELLA CALZOLERIA MOSCATELLI

I CENTO ANNI DELLA CALZOLERIA MOSCATELLI

Nel 1980 il compianto Professor Alberto Bossi pubblicò sul Corriere Valsesiano un articolo dedicato all’”Università dei calzolari”, nato dal ritrovamento di un registro contabile relativo all’”Università dei signori Calzolari del Borgo di Varallo”, già fiorente nel 1628, posta sotto la protezione di Sant’Orso, con sede presso la cappella omonima, nella chiesa di San Gaudenzio, restaurata nel 2017 dal Laboratorio “Luci e ombre”, grazie al generoso contributo di Dante Razzano e dell’Avvocato De Luca. Il brogliaccio era stato messo a disposizione da Marino Moscatelli, che aveva rilevato il negozio di calzature che fu della ditta Bosatra, all’angolo tra Via Umberto I e piazza Calderini, che confina con Palazzo Racchetti, oggi sede della Biblioteca Civica “Farinone-Centa”, ma che all’epoca ospitava ancora il Municipio.

Vale la pena di raccontare la storia di un’attività centenaria, partendo proprio dal classico inizio delle fiabe: c’era una volta, nel 1914, Luigi Bosatra, capo calzolaio in un laboratorio di Corsico, nel quale erano impiegati anche alcuni valsesiani, originari di Rassa, che venne invitato dal titolare ad aprire una nuova sede a Varallo, in un locale di Via Cesare Battisti, dove attualmente c’è la storica falegnameria di Albino Ferraris, artigiano che a novant’anni è ancora in attività.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale gli uomini furono precettati per il fronte e il laboratorio fu chiuso. Luigi Bosatra, rimasto solo, esercitò la professione di calzolaio, ma alla fine della guerra, con l’arrivo della figlia Vittorina, decise di trasferirsi in una nuova bottega, in Via Umberto I, dove dal 1919 si producevano, riparavano e si vendevano scarpe. Luigi morì nel 1945: la figlia Vittorina con il marito Mario, fratellastro di Marino Moscatelli, continuò l’attività, specializzandosi nel confezionamento di scarpe ortopediche per gli invalidi di guerra e nel commercio all’ingrosso di cuoi e pellami. Negli anni Settanta Vittorina e Mario si separarono e lei mantenne la gestione della bottega di calzature fino al 1978, quando andò in pensione e propose a Marino di continuare l’attività.

Marino con i suoi capelli bianchi, la grande disponibilità, della quale più volte ho approfittato, il fare scherzoso e bonario, è un’istituzione per Varallo ed anche una preziosa memoria storica: recentemente ha raccontato al Professor Bondioli ciò che gli accadde nel marzo1945, poco prima della fine della guerra, quando abitava con la mamma Angela e la nonna alle Folle, frazione che si trova di fronte a Pianebelle. Il padre Marcello, fratello del Comandante Cino Moscatelli, era con i partigiani. I fascisti della Muti arrestarono madre e figlio per avere degli ostaggi e li tennero prigionieri per una quindicina di giorni nel sotterraneo della scuola comunale, che era stata adibita a caserma. Furono liberati grazie ad una ragazza legata sentimentalmente ad un tenente altoatesino, ma con l’obbligo di firma giornaliero, il che per un bambino di sei anni che sapeva a malapena scrivere il proprio nome, era davvero ridicolo.

L’ultima parte della storia la racconta il figlio di Marino, Marcello: “Mio padre gestì bottega e laboratorio da calzolaio fino al 1992, quando subentrai io, che proseguo l’attività di famiglia, continuando a produrre anche i tradizionali “scapìn” valsesiani, calzature di stoffa trapuntata con la suola di canapa che riscaldano i piedi e non li fanno sudare, un tempo rigorosamente neri, oggi multicolori e realizzati non più con stoffe riciclate da vecchi cappotti, ma anche in preziose versioni in alpaca e cachemire”. Il retrobottega, dove non c’è più il tradizionale deschetto da calzolaio, ma una moderna attrezzatura, è rimasto un antico locale pavimentato in lose di pietra: vedere Marcello al lavoro, protetto dal tradizionale grembiule di cuoio, sembra davvero far tornare ai primordi dell’attività.

Mara, sorella di Marcello, che con Chiara Salina, gestisce al pianterreno della casa di famiglia, un avviato laboratorio di restauro dal nome evocativo: “Luci e ombre”, ha recuperato un’antica insegna in ferro, decorandola con il nome della calzoleria centenaria, che per un soffio non può iscriversi al Registro Nazionale delle imprese storiche italiane attive nel medesimo settore per un periodo non inferiore a cento anni, perché il secolo doveva essere maturato al 31 dicembre 2018, ma la “bottega” continua a restare al passo con i tempi!

Piera Mazzone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *